Autore: Claudia Maria Baschiera

  • Daaaaaalì

    Daaaaaalì

    Aspettando Dalì

    Una cascata d’acqua blu esce da un pianoforte a coda, senza un motivo apparente o senza una logica. La prima inquadratura di Daaaaaalì ci mette subito in guardia: abbandonate ogni speranza di trovare un senso, lasciatevi travolgere da una storia che una storia non è, perché non ha capo né coda.

    Una giornalista alle prime armi, ex farmacista, decide di intervistare Salvador Dalì. Tra sogni, incidenti e capricci, l’intervista non accadrà mai. Prima in un hotel, poi in una spiaggia, la giornalista prova e riprova a scrivere il suo pezzo senza riuscirci, per un motivo o per un altro.

    Incontriamo Dalì nel corridoio di un hotel: un corridoio infinito, fuori da ogni logica. Quando sembra che si avvicini a noi, il corridoio si allunga ancora di più, lasciandoci sospesi nell’attesa. Eccentrico, narcisista e poliedrico, Dalì è come appare. Oppure no. Per metà film ha un volto solo, poi invecchia, ringiovanisce, cambia viso o abiti. L’unica caratteristica che di lui rimane sono i baffi, marchio di fabbrica dell’artista spagnolo.

    Daaaaaalì non è un biopic, non è una storia, sfugge ad ogni classificazione, ad ogni possibilità di incasellarlo entro una terminologia specifica. Non è la storia di Dalì, è la sua essenza: quando crediamo di aver trovato un senso logico nel susseguirsi delle scene, ecco che tutte le nostre ipotesi vengono smentite, ritrovandoci in un sogno dentro ad un altro sogno. Più che onirico è surreale, non c’è un inizio e neanche una fine: una delle prime scene è in realtà parte della conclusione, ma al tempo stesso non esiste.

    Restano, tuttavia, alcuni elementi ricorrenti: alcuni personaggi, come un cowboy, un vescovo e l’intervistatrice ed alcuni oggetti, che siano una pistola o un quadro amatoriale, ci salvano dal rischio di impazzire.

    Quentin Dupieux gioca con lo spettatore, lo prende in giro e lo porta in una storia estenuante, sperimentando finché gli è possibile. Il film non dura molto (parliamo di appena 80 minuti), ma è perfetto così com’è: una lunghezza maggiore sarebbe troppo per chiunque, tra tableaux vivants, salti in avanti ed indietro, false piste e finte fini.

    Daaaaaalì è, come il suo protagonista, un film che si ama o si odia. Le regole canoniche del cinema tradizionale, se così dobbiamo definirlo, vengono del tutto ignorate in questo film, che riesce ad rappresentare correttamente l’unicità di un artista fuori dalle righe.

    A cura di Claudia Maria Baschiera

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  • Lubo

    Lubo

    La fisarmonica di Lubo

    Lubo ha un carro, una famiglia ed una passione che è anche il suo lavoro: si esibisce per i paesi del Canton Grigioni donando un po’ della sua arte per qualche moneta, facendo sorridere bambini e adulti. Lubo è un nomade, uno jenisch nella Svizzera del 1939. Chiamato per servire militarmente quella che ufficialmente è la sua patria, al freddo delle montagne scopre che la moglie è stata uccisa da dei gendarmi, mentre i figli sono stati strappati alla famiglia per essere ricollocati in istituti che li trasformino in persone adatte alla società del tempo.

    Inizia in questo modo il viaggio di Lubo (Franz Rogowski), che diserta per trovare i responsabili della sua tragedia ed i suoi figli. Dà alle fiamme il suo carro, ultimo ricordo fisico di una famiglia smembrata, e parte. Per dove non si sa, l’importante è seguire il suo scopo.

    Giorgio Diritti, dopo Volevo nascondermi (2020), con un meraviglioso Elio Germano nei panni del pittore Antonio Ligabue, sceglie di adattare il romanzo Il seminatore di Mario Cavatore. Spiega il regista: «La lettura del romanzo Il seminatore di Mario Cavatore mi ha svelato vicende poco conosciute accadute in Svizzera per cinquanta anni, portandomi a riflettere sul senso di giustizia, sulle istituzioni, sul senso dell’educare e dell’amare. Ne è nato il film Lubo, da cui nello svolgersi degli eventi emerge quanto princìpi folli e leggi discriminatorie generino un male che si espande come una macchia d’olio nel tempo, penetrando nelle vite degli uomini».

    Franz Rogowski, in Lubo, risplende: è grazie alla sua esemplare interpretazione che le tre ore di film proseguono senza particolari intoppi. Il Lubo di Rogowski è affascinante, magnetico, è un uomo con una propria morale disposto a commettere azioni indicibili per seguire il proprio fine. Si maschera, plasma e modifica la propria immagine con una facilità degna di un artista di strada come lui. Quando perde la propria strada, immerso in una società che non gli appartiene, gli basta tornare con i ricordi ad una fisarmonica lontana nel tempo.

    Girato tra Svizzera, Piemonte, Alto Adige e Trento, Lubo vuole essere un racconto di denuncia di una storia quasi sconosciuta, unendo le vicende individuali di un uomo tormentato ad una tragedia collettiva. Se l’intento inizialmente viene seguito in modo chiaro e coinvolgente, più avanti Diritti sembra scordarsi il motivo per cui Lubo viaggia, cambia identità e lingua, soffermandosi sulla vicenda personale del protagonista per tralasciare in parte il dramma del suo popolo.

    A cura di Claudia Maria Baschiera

     

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  • Hors-saison

    Hors-saison

    Un amore fuori stagione

    Il mare, fuori stagione, è un altro mare. Il mare d’inverno non è spensierato: è riflessivo, grigio, pacificamente tormentato. È questo il mare che si riversa sulle vite di Alice e Mathieu. Attore di grande fama lui, insegnante di piano lei, si sono amati quindici anni prima per poi lasciarsi improvvisamente, continuando la loro vita su strade diverse. Mathieu, però, scappa da Parigi per rifugiarsi in una cittadina marittima della Bretagna e tra sedute di talassoterapia ed imbarazzanti foto con i fan incontra Alice. Le onde si infrangono dietro di loro, mentre i due cercano di dare una spiegazione al passato. L’amore ritorna così, fuori stagione.

    Grazie ad una bellissima ripresa dall’alto, il regista Stéphane Brizé ritrae la coppia camminare su una spiaggia immensa, durante uno dei tanti momenti passati insieme: sono due piccoli punti in movimento in un luogo così grande, eppure per due ore sono Alice e Mathieu il nostro solo cosmo, e ci basta così.

    La loro storia è un melodramma fin troppo familiare. Brizé non ha la pretesa di aggiungere nulla di nuovo, ed è questo il punto di forza del film: mostrando una storia comune, è libero di lasciare che la macchina da presa indugi sui volti dei protagonisti, sui loro sorrisi, sulle loro mani che si stringono in silenzio, perché spesso le parole non servono. Intimo, delicato, struggente, il loro amore sboccia per la seconda volta in un inverno grigio- azzurro. Se tutto è smorzato, sussurrato, allora anche i colori del paesaggio e gli ambienti che circondano Mathieu e Alice devono essere così. Non un colore più eccentrico, non una nota di troppo. Li vediamo riappacificarsi, litigare e perdonarsi come in un lento e triste valzer d’addio, accompagnati da una semplice melodia fischiettata o suonata ad un pianoforte.

    Divenuto noto per la trilogia di film incentrati sul mondo del lavoro (La legge del mercato, In guerra, Un altro mondo), Stéphane Brizé si allontana da queste tematiche e si sofferma «sul momento in cui si rimugina sulle scelte mai fatte, o fatte in modo sbagliato, sugli incontri mancati o sprecati, sulle porte mai aperte, sugli appuntamenti mancati […]. Domande segrete e ossessionanti che ci poniamo tutti, potenti o meno, conosciuti o sconosciuti, uomini e donne».

    Hors-saison inizia come una commedia e continua come un dramma dolceamaro. Ci commuove Brizé, porta allo sfinimento i nostri cuori ma con grazia ed eleganza. E se il Festival deve concludersi, si concluda così: con un film sublime, nostalgico, fatto per chi ama la vita e per chi vuole dare una seconda possibilità all’amore.

    A cura di Claudia Maria Baschiera

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  • Priscilla

    Priscilla

    Priscilla: lacca, eyeliner e smalto

    Nel diner della base americana della cittadina tedesca di Wiesbaden, un militare si avvicina alla famiglia di un ufficiale: vuole chiedere il permesso al padre di portare la figlia quattordicenne, Priscilla, ad una festa di Elvis Presley, di stanza in Germania per l’esercito degli USA. Non c’è da preoccuparsi, dice: lui e sua moglie faranno da chaperon alla ragazza e la riporteranno loro a casa.

    Non c’è da preoccuparsi, dice, e tuttavia Priscilla (Cailee Spailey) conquisterà il cuore dell’irraggiungibile ventiquattrenne Elvis, che in quel periodo stava facendo perdere la testa delle donne di tutti gli Stati Uniti, se non del mondo intero. Non solo riuscirà a fidanzarcisi, ma lo sposerà e avrà una figlia dal cantante, trasferendosi in quella che diventerà la sua gabbia dorata, Graceland.

    La casa, costruita da Elvis per ospitare la sua famiglia e arredata in modo a dir poco fantasioso, diventerà la prigione di Priscilla,costretta a fare una scelta: «It’s me or a career, baby», sentenzia Elvis, facendole comprendere senza mezzi termini che, finché resterà con lui, la ragazza dovrà essere a sua totale disposizione. Lei accetta, ed iniziano anni di amore tossico e richieste folli (sia mai che indossi un vestito con una stampa a fantasia), dai quali stremata scapperà a ventisette anni, con in braccio una figlia piccola ed un futuro oscuro.

    Elvis, che inizialmente la ricopre di attenzioni, regali e amore, svela poco a poco tutte le sue carte e si rivela essere un uomo oppressivo, molto lontano dalla perfetta icona creata ad hoc per il suo pubblico.
Sofia Coppola consegna allo spettatore la storia di una donna intrappolata ed esplora la linea sottile tra amore, devozione e controllo. La regista, purtroppo, ha perso la battaglia con i detentori dei diritti delle canzoni di Elvis: i fan della star abbandonino quindila speranza di vedere la star cantare uno dei suoi inni alla gioventù degli anni Cinquanta e si accontentino delle note di Baby I love you dei Ramones in apertura.

    L’idea che Luhrmann ci ha dato di un Elvis intrappolato nelle grinfie del Colonnello Parker non viene qui esplorata, Coppola mostra solo quello che entra nel focolare domestico. Interpretato da Jacob Elordi, quello di Priscilla è un Elvis pretenzioso e narcisista, talvolta affettuoso ma non a sufficienza. Per liberarsene, a Priscilla tocca scappare, fare un salto nel vuoto e varcare, infine, il cancello kitsch della tenuta, sua casa/prigione per troppo tempo. Scoprirà sé stessa? Coppola non lo dice, a lei la scelta: per il momento, Priscilla assapori i primi meritati attimi di libertà.

    A cura di Claudia Maria Baschiera

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  • Maestro

    Maestro

    Storia di un matrimonio

    Una telecamera si avvicina lentamente ad una giovane coppia seduta schiena contro schiena su un prato. L’uno prova ad indovinare il numero a cui pensa l’altro: in questo modo, spiega la ragazza, si creerà una connessione maggiore tra loro, mentre sui loro volti si legge la spensieratezza tipica di una relazione agli albori.

    Eppure, la lunga storia d’amore tra Leonard Bernstein e Felicia Montealegre, protagonisti di Maestro, è tutt’altro che semplice. Non è solo la carriera ad intralciare il loro rapporto, ma anche i continui e ripetuti tradimenti da parte di lui. Più che descrivere, come in un tradizionale biopic, la vita del compositore, Maestro si focalizza sul matrimonio di Bernstein e Montealegre, attraverso una divisione netta di colori che scandiscono i diversi momenti della storia.

    Se il bianco e nero della prima metà del film ricorda i film d’epoca, in cui la vita sembrava meno complessa, i nitidi colori della seconda parte della pellicola ci riportano ad una realtà dolorosa, nella quale Felicia deve fare i conti con un matrimonio che non può salvare da sola.

    La musica è sempre presente, ma la sua è una presenza che non catalizza l’attenzione se non in alcuni momenti cardine. West Side Story, l’opera più famosa di Bernstein compositore che fece così tanto successo da essere trasposta cinematograficamente due volte, viene menzionata en passant, casualmente: lo spettatore sa già tutto, meglio raccontare altro. Meglio approfondire i conflitti tra Leonard e Felicia, che affrontano i loro problemi coniugali come ferite quasi insanabili, tenendo i figli all’oscuro dei veri motivi per i quali la coppia si sta allontanando sempre di più, giorno dopo giorno.

    Bradley Cooper è in Maestro doppiamente direttore: oltre ad interpretare Bernstein, infatti, l’attore firma anche la regia e sceneggiatura del film. In origine il film avrebbe dovuto essere diretto da Steven Spielberg, che però ha deciso di rinunciare per concentrarsi proprio sulla sua versione West Side Story, consegnando il timone a Cooper. Spielberg rimane comunque come produttore, insieme a Martin Scorsese. La sceneggiatura, scritta a quattro mani con Josh Singer (Il caso Spotlight, The Post), mostra una maturità notevole per l’attore, che dopo il plauso generale per A star is born torna a parlare, con Maestro, di musica e d’amore.

    Accanto a lui, Carey Mulligan regala l’interpretazione straordinaria di una Felicia dolente, battagliera, coraggiosa ed elegante anche nel dolore. Il punto di vista è anche il suo: non è solo la storia di un maestro, ma di una coppia, di una famiglia che combatte, si scontra e si riunisce. Passano gli anni, cambiano gli amori ma Leonard per Felicia c’è, in un trentennio di palcoscenici, appartamenti eleganti in centro a New York e case in campagna.

    A cura di Claudia Maria Baschiera

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  • Finalmente l’alba

    Finalmente l’alba

    Saverio Costanzo e la sua notte di eccessi

    Esterno, notte: siete persi tra gli studi di Cinecittà e vi imbattete in una feroce leonessa rinchiusa in una gabbia. Pochi secondi dopo, una macchina si accosta accanto a voi: a bordo, due famosi attori di Hollywood e un gallerista americano trapiantato in Italia da diversi anni vi propongono di accompagnarvi a casa. Accettate l’invito?

    Inizia così l’avventura di Mimosa, giovane popolana promessa ad un poliziotto di cui era innamorata l’estate prima, ma che ora non è più così sicura di voler sposare. Il suo futuro è però ormai certo agli occhi dei genitori, e a Mimosa non resta che sognare di incontrare le star dei film che guarda con la madre e la sorella Iris. All’uscita di un cinema, dopo aver visto un film con Alida Valli, un ragazzo le chiama: Iris è molto bella, è così bella che potrebbe lavorare nello spettacolo. Si occuperà lui di trovarle una parte, basta che la ragazza si trovi a Cinecittà qualche giorno dopo. Mimosa potrà accompagnarla, ma alla fine sarà lei la vera protagonista di un’avventura lunga un sogno.

    Semplice e pacata, Mimosa rimane abbagliata dalla guida della sua avventura, Josephine Esperanto. Enigmatica ed irraggiungibile, Josephine (Lily James) incarna tutto ciò che Mimosa non è: il mondo del cinema è il suo regno, che domina con grazia e fascino. È facile essere attratti dalla magnetica personalità dell’attrice, che ricorda neanche tanto vagamente la Liz Taylor di Cleopatra; ben più difficile è prenderne le distanze, infatuati da una figura così lontana dalla gente comune. Arduo, ma necessario, come ricorderà più avanti Alida Valli (Alba Rohrwacher) alla ragazza: il mondo dello spettacolo, in apparenza perfetto, fagocita ed annienta rapidamente chi non è accorto.

    Per una notte, tuttavia, Mimosa può scappare dalla sua realtà per tuffarsi tra gli eccessi della Roma mondana degli anni ’50, e lo farà sotto le mentite spoglie di una fittizia poetessa svedese, ispirando con la sua purezza cuori saturi di vizi ed al contempo scoprendo meglio sé stessa.

    Saverio Costanzo, dopo quasi dieci anni di lontananza ed il successo della serie L’amica Geniale, si riavvicina ai lungometraggi con Finalmente l’alba, che in origine doveva trattare dell’omicidio irrisolto di Wilma Montesi, giovane aspirante attrice trovata annegata nel 1953 su una spiaggia nei pressi di Roma. «Poi, come accade spesso scrivendo, l’idea iniziale è cambiata e piuttosto che far morire un’innocente ne ho cercato il riscatto», spiega lo stesso regista: «Mi piace infatti pensare che Finalmente l’alba sia un film sul riscatto dei semplici, degli ingenui, di chi è ancora capace di guardare il mondo con stupore. La protagonista Mimosa è un foglio bianco, su cui ognuno dei personaggi in cui s’imbatte scrive la sua storia, senza paura di essere giudicato».

    Con una mossa alla Tarantino, Costanzo riscrive in parte una storia dando una nuova dignità alla semplicità del popolo. Seppur con qualche somiglianza di troppo al recentissimo Babylon, Saverio ci consegna uno scorcio della grandiosità dello showbiz degli anni d’oro del cinema italiano e cerca di darne una sua versione dedicandola al padre Maurizio, scomparso da poco.

    Wilma Montesi resta sempre sullo sfondo, come monito per Mimosa e per lo spettatore, che vengono rapiti da un mondo a cui non potranno mai appartenere fino in fondo. Una notte di caos, una notte di eccessi è lecita, ma, finalmente, l’alba ci riporta alle nostre vite mortali.

    A cura di Claudia Maria Baschiera

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  • Amanda

    Amanda

    La missione di Amanda

    Amanda ha venticinque anni, tante cose da dire e nessuno con cui parlarne. Vorrebbe avere un’amica, un fidanzato o entrambe le cose, ma di amici non ne ha mai avuti e l’unico ragazzo a cui si sia avvicinata è rimasto un what if, una possibilità remota di felicità bloccatasi ad uno scambio furtivo di sguardi. Tornata in Italia da Parigi al termine degli studi universitari, Amanda passa le giornate a non fare niente perché «troppo impegnata a non fare niente», come le rimprovera la madre: le sue uniche attività si limitano al passeggiare tra i campi sperduti della campagna e a trovare un cavallo che ricorda lontanamente Zietto di Pippi Calzelunghe. Lontana dalla tradizionale eleganza della casa di famiglia, la ragazza vive in uno spoglio monolocale. L’unica sua confidente è la governante e quando il loro rapporto verrà vietato dalla madre (desiderosa che la figlia trovi un amico della sua età) Amanda proverà a riallacciare i rapporti con Rebecca, misantropa ed agorafobica coetanea, figlia di un’amica di famiglia.

    Gli adulti, agli occhi di Amanda, sono tutti apatici: troppo lontani da lei, risultano incomprensibili sia negli atteggiamenti sia nel linguaggio. Sui genitori inizialmente addossa tutte le colpe della sua attuale situazione: il lavoro che le hanno offerto non fa al caso suo ed il motivo per cui mancano coetanee nella sua vita risale al trasferimento della famiglia in un’altra città, quando Amanda era ancora una bambina.

    Amanda non è cortese: è irriverente, pungente, sputa sentenze senza rendersi conto che non è l’unica ad essere sola. La madre, la sorella, Rebecca e perfino la nipote di otto anni sono tutte creature immensamente infelici, pianeti lontani anni luce tra di loro che cercano di andare avanti con la vita, negando in parte i propri problemi. Un primo passo verso una maggiore comprensione dell’esistenza dei drammi altrui arriverà tramite l’incontro con Rebecca, prima brillante atleta, ora chiusa nella sua stanza da più di un anno: Amanda (dopo un iniziale conflitto) si atteggerà ad eroina e proverà a salvarla. Impareranno, insieme, a fare tutte quelle cose cui hanno rinunciato troppo a lungo: giocare a beer pong o far scoppiare i petardi saranno dunque non soltanto delle attività da semplici ventenni, ma la conquista di una dimensione di normalità che nessuna delle due, senza l’altra, avrebbe mai raggiunto se non parzialmente.

    L’universo maschile, tuttavia, resta ancora un dilemma per Amanda: suo padre, da una parte, è quasi inesistente e non ha altri ruoli se non quello di spettatore delle grottesche discussioni delle donne di famiglia durante le cene in villa; dall’altra, Amanda non è in grado di comunicare con il ragazzo a cui è interessata perché incapace di comprenderne gli atteggiamenti.

    In una storia raccontata tra le decorazioni rococò di decadenti ville borghesi, fabbriche abbandonate sedi di rave di musica techno e l’impersonale cemento delle case di design, la scelta delle ambientazioni esprime nel mondo esterno ciò che caratterizza i personaggi più intimamente: Amanda vaga a lungo in campagna come vaga nella vita, senza sapere dove andare o cosa fare nel tragitto dalla raffinata casa di famiglia al suo angusto appartamento; Rebecca è invece chiusa in una grigia scatola di cemento che Viola, sua madre, tenta di colorare attraverso costosi quadri d’arte contemporanea.

    Con uno sguardo – e non solo uno – all’estero (innumerevoli sono i rimandi alla cinematografia d’oltreoceano e non), Carolina Cavalli esordisce come regista al 79esimo Festival di Venezia con un film quasi completamente al femminile, alternando luci al neon a tinte calde, battute graffianti a confessioni che fanno capire che, dopo tutto, Amanda non è poi così scontrosa come vuole sembrare. Dopo alcune sceneggiature per serie TV e miniserie, Cavalli osa nel suo primo lungometraggio ponendo di fronte alla telecamera un personaggio decisamente fuori dalle righe.

    L’originalità di Amanda sta nella sua grottesca comicità, nelle sue atmosfere da western miste a commedia, con sfumature di dramma esistenziale unito ai tratti tipici delle storie di formazione. Gli adulti, inizialmente apatici, assumono via via più sfaccettature, escono dal piattume in cui erano reclusi e crescono con Amanda, che oltre a guadagnare un’amica riesce a comunicare con la madre e la sorella e, finalmente, a trovare il suo posto nel mondo.

    A cura di Claudia Maria Baschiera

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