Autore: Melissa Marsili

  • Brado

    Brado

    Dopo un lungo periodo di lontananza, il giovane Tommaso si ritrova ad aiutare il padre Renato con il ranch di famiglia e con un cavallo indomabile che l’uomo vuole trasformare in un campione di crosscountry. I due intraprendono un vero percorso a ostacoli nel tentativo di affrontare i vecchi rancori e ritrovare quel legame che li ha uniti in passato.

    Brado è il terzo film da regista di Kim Rossi Stuart, adattato dalsuo racconto La lotta. Come nel suo esordio, Anche libero va bene(2005), troviamo al centro della narrazione un complicatorapporto tra padre e figlio, i quali portano di nuovo i nomi di Renato e Tommaso; ritornano persino i personaggi della sfuggente Stefania, sempre interpretata da Barbara Bobuľová, e della sorella di Tommaso, Viola. Ma vi è unulteriore caratteristica ricorrente: anche in questo film il regista, pur mettendo in scena ambientazioni non comuni nel cinema italiano contemporaneo, non trova il coraggio di osare e di andare alla ricerca di una propria identità autoriale. Ciò non vuol dire, tuttavia, che la pellicola non sia curata nel contenuto. È soprattutto la caratterizzazione dei due protagonisti a colpire, due facce opposte ma complementari della stessa medaglia, messe ora in contrasto ora a confronto, o addirittura scambiate di ruolo (è Tommaso a rimproverare a Renato di rincorrere sogni impossibili, al contrario di lui che ha un lavoro stabile e redditizio nonostante gli manchi letteralmente un terreno solido su cui poggiare i piedi). Benchéfungano da piacevole accompagnamento alla fotografia, le musiche non sono particolarmente memorabili, ma il loro mancato contributo non impedisce al film di emozionare attraverso un buonlavoro di introspezione e un finale che, per quanto prevedibile, risulta genuino nella sua costruzione, anche grazie a una buona performance da parte del giovane Saul Nanni. Presentato alla Festa del Cinema di Roma.

    A cura di Melissa Marsili

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  • Momo alla conquista del tempo

    Momo alla conquista del tempo

    Momo alla conquista del tempo: quando ogni minuto conta

    Già all’inizio del nuovo millennio erano evidenti i segni che il consumismo e il capitalismo stavano lasciando sulla nostra società, sempre più frenetica, sempre più stressata, sempre meno genuina. Non stupisce, quindi, che Momo alla conquista del tempo risulti così tristemente attuale. È sempre più radicata in noi la convinzione di dover utilizzare ogni minuto della nostra esistenza in un modo che la società ritenga produttivo, rinunciando a ciò che ci dona benessere interiore, come gli affetti, gli hobby e la semplice socializzazione, o addirittura ai bisogni primari del nostro corpo, tant’è che persino le otto ore ideali di sonno sono considerate una perdita di tempo prezioso, tempo che dovrebbe essere impiegato ad alimentare la sempre più vorace macchina dell’economia.

    La nostra specie è vittima del fumo velenoso diffuso dai Signori Grigi, esseri dalla carnagione cinerea (usciti direttamente da un quadro di Magritte, così come le rampe di scale che conducono alla dimora di Mastro Hora) che sopravvivono grazie al tempo rubato (quello che conta davvero, s’intende, quello che rende la vita degna di essere chiamata tale) e il cui unico scopo, di conseguenza, è convincere la gente a rinunciarvi, illudendola che in futuro le verrà restituito con gli interessi. Il tempo, insomma, è letteralmente denaro, e l’avidità dei Signori Grigi rispecchia perfettamente quella del sistema economico che governa il mondo. Nonostante vengano descritti come creature incorporee che possono assumere qualunque sembianza, questi ladri di tempo non sono altro che un nostro alter ego, ciò che siamo condannati a diventare sottomettendoci ciecamente alle logiche del capitalismo: semplici numeri su una roulette russa, privi d’identità, interscambiabili o addirittura eliminabili a seconda delle convenienze.

    Ma questi esseri esistono solo perché noi glielo permettiamo, come evidenzia Mastro Hora: è necessario quindi che qualcosa o qualcuno dissipi il fumo che annebbia le nostre menti. Ed è qui che entra in scena Momo. Allo spettatore è subito evidente che non si tratta di una bambina qualunque: viene dal nulla, non ha una famiglia e non ha una storia, possiede solo un cappotto arancione troppo grande per il suo corpicino e ha due grandi occhi azzurri che la distinguono dal resto dei personaggi. Lei, dolce e pura (e guidata emblematicamente da una tartaruga, un animale tanto lento quanto longevo), è la custode e l’incarnazione dei valori che ci rendono umani, nonché la più grande minaccia per i Signori Grigi, perché quando le persone le stanno accanto «cominciano a pensare con il cuore, non con la testa». Grazie a lei, ogni uomo si riprende il tempo che gli spetta per vivere dignitosamente e ritrova finalmente il piacere delle piccole cose, dalla partita a carte con gli amici alle chiacchiere con i clienti.

    Attraverso una metafora tanto trasparente quanto efficace, D’Alò dà vita ad una storia senza tempo, resa ancora più emozionante dalle musiche di Gianna Nannini, dai riferimenti pittorici e dai colori sgargianti che accentuano il tono fiabesco di cui è intinta.

    A cura di Melissa Marsili

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  • West and Soda

    West and Soda

    West and Soda: una parodia scoppiettante

    Qualsiasi genere cinematografico si presta alla parodia quando i suoi schemi, elementi, personaggi e situazioni ricorrenti si trasformano in veri e propri cliché; ma per azzardare una tale operazione è anche necessario possedere una profonda conoscenza del genere in questione, dalle sue strutture narrative ai film che meglio lo rappresentano. È decisamente il caso di Bruno Bozzetto, che aveva iniziato a lavorare a questo esilarante cartone animato già prima dell’uscita di quello che viene considerato il caposaldo dello spaghetti western, Per un pugno di dollari (1964) di Sergio Leone.

    La trama è molto semplice: il Cattivissimo, avido proprietario terriero, vuole impossessarsi dell’unico terreno della vallata non ancora sotto il suo potere, quello della bella Clementina, a cui ha chiesto più volte di sposarlo senza successo. Il destino della ragazza incrocia quello del cowboy Johnny, che a causa di un evento passato non ha più puntato un’arma contro una persona, ma troverà infine il coraggio di affrontare il Cattivissimo e i suoi scagnozzi.

    Il regista ironizza con grande efficacia su personaggi immancabili, come il pianista del saloon che viene puntualmente preso di mira o l’eroe misterioso e solitario, venuto dal nulla, con un passato che lo tormenta; ma indugia anche su particolari che, per quanto sempre tipici, di solito rimangono relegati sullo sfondo, come il cliente che non riesce ad afferrare i bicchieri che il barman del saloon fa scivolare sul bancone, o i ritratti dei due scagnozzi che fanno a gara a chi ha la taglia più generosa sulla propria testa. Il tutto è condito con qualche goccia di sana assurdità, da cavalli trattati come veicoli a motore a mucche munite di sportello come i frigoriferi; una follia che a volte sfocia in un delirante nonsense, senza tuttavia risultare eccessivamente pesante, e che viene accentuata da una miscela di irrealismo (sfondi che non seguono alcuna regola prospettica, personaggi disegnati con uno stile squisitamente vignettistico che a volte risulta quasi scarabocchiato) e curatissimi effetti di luce, tra cui l’abbagliante luccichio della pepita d’oro e i lampi nel cielo tempestoso. Per non parlare della musica di Giampiero Boneschi, degna dei capolavori di Morricone, che segue un duello la cui suspense viene esasperata attraverso numeri clowneschi e una folla (spuntata dal nulla nella cittadina prima deserta) che assiste come se si trovasse allo stadio.

    Il primo lungometraggio animato di Bozzetto rimane un’opera unica nel suo genere, un esperimento riuscito a meraviglia la cui ironia colpisce ancora oggi.

    A cura di Melissa Marsili

     

     

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  • Scompartimento n.6 In viaggio con il destino

    Scompartimento n.6 In viaggio con il destino

    Scompartimento n. 6 – In viaggio con il destino: il calore della condivisione

    Liberamente adattato dal romanzo della scrittrice finlandese Rosa Liksom e ambientato tra gli anni ’80 e ’90, come suggeriscono la videocamera a cassette della protagonista, gli interni e le canzoni diegetiche (nonché l’espediente del 35mm utilizzato dal regista, che contribuisce anche al tono onirico che spesso la narrazione sembra assumere), il film segue il viaggio di Laura, studentessa di archeologia, verso un sito di antichi petroglifi, ma anche e soprattutto all’interno di sé stessa. Ferita dallo scarso coinvolgimento emotivo della sua compagna Irina, decide di intraprendere questo viaggio senza di lei; sul treno che la porterà a destinazione è costretta a condividere la cuccetta con Ljoha, un ragazzo dall’aspetto poco raccomandabile che, sotto l’effetto dell’alcol, si mostra volgare, sgradevole e invadente al punto da risultare molesto.

    I due non potrebbero essere più diversi: lei finlandese e lui russo; lei riservata e lui curioso; lei dotata di un certo livello di cultura e lui un umile minatore che non comprende l’importanza storica delle incisioni rupestri e non riesce nemmeno a ricordarne il nome. Ma contro ogni previsione, più le ore passano e più lo spazio angusto dello scompartimento fa avvicinare due anime che in qualsiasi altro contesto si sarebbero evitate come la peste. Ljoha si rivela essere una persona altruista che a modo suo sa ascoltare, e Laura passa dall’essere infastidita dalla sua presenza al non poter fare a meno di sorridere mentre lo guarda, divertita e intenerita dal suo fare rozzo e infantile. La sua compagnia diventa quasi rassicurante, forse proprio grazie alle loro differenze e al fatto che lui sia completamente estraneo alla sofisticata élite intellettuale di Irina, di cui Laura desiderava far parte ma in cui in fondo sa di non essere mai stata a proprio agio.

    Vediamo spesso la ragazza volgersi malinconicamente al passato che si sta lasciando alle spalle, riguardando i filmati realizzati a Mosca e cercando continuamente un contatto telefonico, a volte senza ricevere risposta; persino i petroglifi, segni concreti del nostro passato sopravvissuti allo scorrere inesorabile del tempo, sembrano irraggiungibili. «Sembra tutto troppo lontano», dice Laura. L’unico modo che ha di raggiungere il sito è con l’aiuto di Ljoha, ed è qui che capiamo che la destinazione, in realtà, non ha mai avuto così tanta importanza: i disegni non vengono nemmeno inquadrati, non c’è nessun momento di climax emotivo in cui vediamo il volto meravigliato della protagonista. È il viaggio stesso che conta davvero, le persone incontrate, le esperienze condivise, le barriere superate all’interno di questa anticonvenzionale storia d’amore platonico.

    Una delle cose che più colpiscono della pellicola di Kuosmanen è la genuinità di cui è intrisa, veicolata da dialoghi asciutti ma credibili, dalla scarsità di cliché narrativi e da due protagonisti (egregiamente interpretati) dall’aspetto assolutamente comune, con cicatrici e borse sotto agli occhi che li rendono ancora più veri; ma soprattutto da un’introspezione curata, accompagnata dal ritmo lento della narrazione e dai primissimi piani. Il regista dimostra anche un certo talento evocativo con ambientazioni cupe e/o claustrofobiche, spesso vicine al degrado, avvolte dal gelo dell’inverno.

    A cura di Melissa Marsili

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  • 3/19

    3/19

    3/19: l’identità perduta

    Camilla Corti è un avvocato di successo che trascorre le sue giornate tra riunioni fatte di innumerevoli termini tecnici, burocrazia e videocall con clienti da ogni parte del mondo. Una sera, attraversando la strada sotto la pioggia, viene investita da due uomini in motorino, che perdono il controllo del veicolo; colui che era alla guida fugge e si lascia dietro il passeggero, rimasto disteso sull’asfalto, agonizzante. Solo una volta tornata a casa dall’ospedale Camilla viene a sapere che l’uomo non ce l’ha fatta. Non ricordando se abbia attraversato con il semaforo verde o rosso e sentendosi responsabile di quella vita perduta, comincia un’indagine ossessiva per scoprirne l’identità, aiutata da Bruno, il direttore dell’obitorio, all’interno del quale i cadaveri non identificati non sono altro che numeri.

    Identità e memoria sono i due temi fondamentali di questo film ambientato in una Milano divisa tra membri dell’alta società che credono di vivere realmente e persone d’estrazione molto più bassa il cui unico obiettivo è sopravvivere. Una storia che prende a tratti delle pieghe da thriller investigativo, per poi stabilizzarsi definitivamente sul binario del dramma introspettivo: alla (vana) ricerca della verità, infatti, si affianca quella dell’interiorità di Camilla, poiché l’incidente la sconvolge al punto da riportare alla luce i fantasmi del passato che non ha mai avuto il coraggio di affrontare. Si sente responsabile della morte dello sconosciuto così come di quella di sua sorella, avvenuta molti anni prima, e si potrebbe benissimo pensare che il suo desiderio che il fuggiasco venga catturato coincida con la punizione che lei stessa pensa di meritare per aver ignorato le grida d’aiuto di Valeria; non a caso l’incidente è avvenuto sotto una pioggia scrosciante che potrebbe ricordare le acque del Po, le stesse che popolano gli incubi di Camilla.

    Però, nonostante le dinamiche della morte di Valeria non siano mai state chiarite, la sua identità era ben nota, il che vuol dire che al suo funerale è stata celebrata la sua memoria e l’epitaffio nella cappella di famiglia riporta il suo nome. Lo stesso non si può dire della vittima dell’incidente, un immigrato di cui non è stato ritrovato alcun documento se non una tessera della mensa dei poveri che lo identifica con il falso nome di Hamed Hassan (e qui Soldini apre una gradita parentesi sulle difficoltà che gli immigrati devono affrontare per raggiungere – e poter poi rimanere – in un luogo sicuro, lontano da una patria che invece di custodirli lascia su di loro delle cicatrici indelebili). Purtroppo l’identità dell’uomo non viene mai a galla, ma in compenso Camilla ritrova la sua: pian piano riscopre sé stessa come essere umano al di fuori di un lavoro che occupa la sua intera esistenza e ritrova il piacere di un pranzo in compagnia, dei giri in bicicletta, dei momenti con sua figlia e di un amore autentico. A tal proposito è significativo che la prima parte del film sia ambientata prevalentemente in luoghi urbani dall’aspetto triste e anonimo, senza identità, appunto; solo alla fine, quando Camilla si riappacifica definitivamente con sua figlia e riesce a dare al defunto una sepoltura secondo quelli che potrebbero essere stati i suoi desideri (e seppellendo con lui anche i propri demoni, finalmente esorcizzati grazie alle confessioni fatte ad Adele – la quale, tra l’altro, è molto simile a Valeria caratterialmente –), vediamo il mare, il sole e la quiete della natura.

    La sceneggiatura non spicca per brillantezza, il rapporto madre-figlia necessitava un ulteriore approfondimento e forse l’insieme non risulta tanto emotivamente impattante quanto avrebbe voluto essere, ma le evidenti buone intenzioni di Soldini lo rendono comunque un film godibile.

    A cura di Melissa Marsili

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