Autore: Margherita Benati

  • Holly

    Holly

    Holly, un percorso tra le irrequietezze dell’adolescenza

    Holly (Cathalina Geraerts) è una ragazzina di quindici anni che subisce atti di bullismo a scuola e vive, in condizioni umili, con la madre e la sorella maggiore Dawn. L’unico amico di Holly è Bart, un ragazzo della sua età che è sempre in compagnia del suo cane, tant’è che lui e Holly vengono continuamente derisi ed emarginati dagli altri compagni. Un giorno, la ragazza, esausta dalle continue angherie, chiama a scuola dicendo che non sarebbe venuta: proprio quel giorno avverte un grave presagio. Di lì a poco, nell’edificio scolastico scoppia un catastrofico incendio a causa del quale alcuni studenti perdono la vita. In virtù di quell’insolita previsione, attorno a Holly si crea un alone di misticismo e opportunismo: tutti, ora, chiedono l’aiuto della ragazza perché convinti che abbia un potere miracoloso. Anche Holly, però, comincia ad approfittarsi della situazione.

    La regista belga Fien Troch – una delle pochissime registe donne con un film in concorso – è magistrale nel mettere in luce la trasformazione della protagonista: Holly, infatti, abbandona i panni dell’ingenua per vestire quelli della scaltra adolescente, ma di lì a poco, la situazione le sfuggirà di mano e la ragazza finirà per tornare esattamente alla situazione di partenza. Solo Bart, non snaturandosi e rimanendo sempre sé stesso (anche se pur strambo) riuscirà a non restare invischiato in quella ragnatela camaleontica sociale dove vige la regola del non dare se non vi è nulla in cambio, in termini di riconoscimento sociale, economico o di tornaconto personale.

    Nonostante a primo impatto questa pellicola possa far credere che non vi sia nulla di formativo nel percorso di Holly, un’analisi più accurata ci aiuta a comprendere come l’adolescente – sebbene non riscatti la sua posizione sociale o economica – riesca comunque a compiere un’evoluzione personale. Infatti, Holly apprende appieno dai suoi errori e matura una verità sugli altri e su sé stessa. Anche se la pellicola a tratti risulta incompiuta, manca di grandi guizzi e presenta cali di ritmo, la regista – sulla scia già tracciata dal suo precedente filone cinematografico – riesce ad esplorare, in modo intimo, i territori inquieti e irrequieti dell’adolescenza, invitandoci a concentrarci sulle cose belle che già abbiamo. Holly potrà infatti comunque guarire grazie all’unico vero potere: quello dell’amicizia.

    A cura di Margherita Benati

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  • Io, Capitano

    Io, Capitano

    Io Capitano, una lezione morale al pubblico italiano

    Seydou (Seydou Sarr) è un ragazzino di sedici anni senegalese che sogna di raggiungere l’Europa per dare una svolta al proprio futuro. Quel futuro che a Dakar, capitale del Senegal, è già segnato. Insieme al cugino Moussa (Moustapha Fall) scrive canzoni e fantastica che un giorno, quando arriverà in Europa, diventerà «così bravo da firmare autografi ai bianchi».

    Per andarsene dalla povertà dignitosa di Dakar, il protagonista è disposto a tutto: persino mentire a chi ama e a intraprendere un viaggio lontano da casa. Quel viaggio però si rivelerà molto più difficile di quanto Seydou e Moussa avessero mai potuto immaginare: una vera e propria Odissea. Eppure, il protagonista è determinato a portarlo a termine fino in fondo, non si accontenta di rinunciare ai suoi sogni solo perché nato dalla parte sbagliata del mondo, nonostante questo significhi passare attraverso forme di violenza e alienazione indicibili. Ciononostante, Seydou compie un vero e proprio percorso di formazione: parte ragazzo per arrivare uomo.

    Il regista e sceneggiatore Matteo Garrone è riuscito a rendere la narrazione estremamente realistica, senza mai sfociare nel reportage e senza mai rinunciare al suo tratto tipicamente poetico. Di fatto, il regista ci restituisce una narrazione cruda senza mezzi termini – sulla scia tracciata da Gomorra – e arricchita, senza eccessi, da quel tratto lirico e onirico che riecheggia Pinocchio e che è capace di bucare lo schermo, tenerci col fiato sospeso e toccare le corde più intime e semplici. La novità è quella del punto di vista adottato: Garrone sceglie quello di un migrante e ci fa immergere – senza mai sfociare nel paternalismo – nel viaggio che un adolescente (e come tale pieno di speranze) è costretto a intraprendere perché possa diventare l’unico artefice – l’Io capitano – della propria vita.

    Un viaggio in cui il protagonista tocca con mano la violenza, lo schiavismo, la frustrazione, senza mai, tuttavia, smarrire quel senso di comunità gratuito e spontaneo nei confronti degli altri, che ci rende uomini e umani. È così che l’adolescente Seydou e il regista Matteo Garrone impartiscono una grande lezione, di rispetto umano, al pubblico italiano contemporaneo.

    A cura di Margherita Benati

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