Autore: Enrico Nicolosi

  • Il filo nascosto (Phantom Thread)

    Il filo nascosto (Phantom Thread)

    La maledizione della prima donna

    Per strutturare la sua nuova love story, Paul Thomas Anderson decide di partire dall’atmosfera gotica e misteriosa con la quale Alfred Hitchcock avvolse il suo capolavoro del 1940, Rebecca – La prima moglie; un film dove l’amore tra i due protagonisti veniva ostacolato dall’emergere, sempre più concreto, dei segreti legati alla defunta “prima moglie” del ricco ed aristocratico Maxim de Winter. Anche Reynolds Woodcock (Daniel Day-Lewis) nasconde i suoi pensieri ed il suo passato. Esso non giace però tra le pareti della sua dimora, ma tra le mura fortificate che proteggono il suo corpo: i suoi abiti. All’interno dei vestiti che realizza vi sono semplici frasi, piccole formule magiche, mentre all’interno di quelli che indossa, all’altezza del cuore, il feticcio del fantasma che lo tormenta e lo coccola: la madre.

    È un film di segreti e maledizioni Il filo nascosto. Quella che ruota attorno all’abito nuziale e, ancor di più, quella che costringe il protagonista stesso ad essere uno “scapolo impenitente”. Nei fatti invece è l’ossessione edipica nei confronti della defunta madre ad influenzare la sua vita, i rapporti con tutte le donne che lo circondano e, in maniera ancora più evidente, con le sue amanti.  L’insofferente sorella ha provato, come poteva, ad occupare quel ruolo ma solo Alma (Vicky Krieps) sembra essere determinata a prendersi cura totalmente del corpo e della mente del suo amato. Lo vediamo sin dal primo incontro tra i due.

    Lui è un uomo egocentrico, affamato, un non-uomo, un bambino, certo molto forte, aggraziato, alto e geniale, ma pur sempre un bambino. Vorace come il personaggio di un manga giapponese (Goku, Naruto, Rufy, ecc.), divora una quantità di cibo del tutto insignificante per lui che, in realtà, si ciba di cose ben più importanti, i sentimenti delle persone che gli stanno accanto. Lei invece è semplice, con un po’ di pancia (come piace a lui), amorevole e, soprattutto, attentissima a soddisfare i suoi bisogni. Accetta immediatamente di togliersi il rossetto e i vestiti, di concedere il proprio corpo e le proprie misure.

    È solo però nel momento in cui l’interesse di Woodcock nei suoi confronti sembra svanire, nella stessa maniera in cui si è dissolto con le sue precedenti amanti, che emerge un altro dei segreti a lungo celati, in piena vista, da Paul Thomas Anderson. Ella infatti nasconde una natura forse ancor più individualista della sua controparte. Il suo desiderio di entrare totalmente nel mondo del suo amato è ossessivo e senza scrupoli. Se all’inizio dimostra il suo amore mostrando un infinito rispetto per il suo lavoro da stilista e togliendo a forza un suo vestivo da una donna che, a detta loro, non se lo meritava, successivamente decide addirittura di avvelenarlo per fargli comprendere che egli ha bisogno delle sue cure e del suo amore. È proprio in quel momento che Alma riesce definitivamente ad avvicinarsi, sostituendo lo spettro della madre. Esso appunto non viene scacciato, la maledizione non è cancellata, il “vissero felici e contenti” rimane impensabile. Sono cambiati gli attori ma non i ruoli.

    Qui, contrariamente a ciò che accade nell’ultimo, simile per certi versi, film di Paul Thomas Anderson, Licorice Pizza (2021), il finale non segna un’evoluzione personale dei due protagonisti ma solo quella del loro rapporto di coppia, la quale si reggerà adesso, su un equilibrio tanto sottile, quanto pericoloso. Parallelamente, se la coppia formata da Maxim de Winter e la nuova signora de Winter possono, dopo aver abbandonato ogni legame con “la prima moglie”, costruire un futuro insieme, ne Il filo nascosto, la nuova coppia di sposi non ha guarito le ferite del loro passato, ma le ha solo lenite, con il veleno.

    A cura di Enrico Nicolosi

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  • Salvatore – Il calzolaio dei sogni (Salvatore – Shoemaker of Dreams)

    Salvatore – Il calzolaio dei sogni (Salvatore – Shoemaker of Dreams)

    L’arte di modellare le scarpe (per massaggiare i piedi)

    Partendo dall’autobiografia di Salvatore Ferragamo, Luca Guadagnino crea una sinfonia di immagini, di voci, di suoni, di luoghi e di ricordi, allo scopo di tenere viva la memoria del “calzolaio dei sogni” e, soprattutto, delle sue idee sulla moda che, al contrario di come se le immaginava, ormai vivono solo all’interno di un mondo elitario, mentre il resto è dominato e soffocato dall’industria del “fast fashion”.

    Nel 1994 Quentin Tarantino, trasgredendo tutte le regole di sceneggiatura e di buon costume immaginabili, introduceva Jules Winnfield e Vincent Vega, i due iconici personaggi di Pulp Fiction, mettendo in scena un dialogo sulla forza seduttiva del massaggio ai piedi. Per Tarantino i piedi sono una componente fortemente erotica del corpo femminile e il massaggio di essi, un preludio ad un rapporto che, per forza di cose, diventerà fisico e carnale. Nello scoprire che il giovanissimo Salvatore Ferragamo già all’età di sette anni avesse un interesse smodato nei confronti degli arti inferiori (sia femminili che maschili), lo spettatore cerca subito di declinare quella curiosa ossessione secondo le conoscenze e i pensieri che la società stessa ha imposto.

    Considerati inferiori, non solo per posizione ma anche per importanza, grazie al genio di Salvatore Ferragamo essi diventano, per la prima volta, la materia prima di un’artista, lo scultore per eccellenza del ventesimo secolo. Non è un caso che uno dei suoi più grandi traguardi, l’invenzione della zeppa, sia nato a partire dall’ispirazione di un materiale del tutto innovativo, il sughero. Egli però scelse questo materiale sia per motivi estetici che per quelli, ben più pragmatici, legati alla sua incredibile leggerezza. In lui infatti si può riscontrare quella dicotomia presente in figure come Leonardo Da Vinci, sempre tese tra ispirazione puramente artistica ed estro inventivo che, tramite lo studio profondo dell’anatomia, concede all’intera umanità nuovi mezzi per affrontare la vita di tutti i giorni.

    Le sue scarpe infatti, oltre ad aver segnato l’immaginario cinematografico attraverso le gambe e i piedi di tutte le più grandi dive del cinema classico, americano e non solo, rappresentano un simbolo di emancipazione femminile che, indirettamente, segnerà un’evoluzione nello strettissimo rapporto tra immagine femminile e moda. Per far ciò, egli rimase fedele allo scopo che sin da sempre lo ha motivato nella sua arte e che segnerà una vera e propria rivoluzione nella moda: esaltare la bellezza estetica del piede senza compromettere la comodità della scarpa.

    Se in alcune culture antiche, quali l’induismo e il buddismo, il calzolaio è visto come una figura mistica, capace di costruire scarpe magiche (delle quali abbiamo esempi pure nella cultura occidentale come la scarpa di cristallo di Cenerentola o le scarpette rosse di Judy Garland ne Il mago di Oz) che ci danno la possibilità di essere un’altra persona da noi stessi, l’immensa comodità, unita al valore estetico delle scarpe di Ferragamo ci hanno insegnato che la moda, più che permetterci di essere qualcun altro, ci consente di essere, senza compromessi, noi stessi.

    Per veicolare la sua arte e le solidissime idee teoriche da cui nasce, Guadagnino raduna le parole di una grandissima quantità di intervistati (dai familiari, a star come Martin Scorsese) che, proprio per la loro appartenenza ad ambiti diversi tra loro, rendono l’idea della capillarità e dell’importanza del genio di Salvatore Ferragamo.

    A cura di Enrico Nicolosi

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  • The True Cost

    The True Cost

    La voce del popolo

    A partire dal disastro del Rana Plaza in Bangladesh nel 2013, durante la quale più di un migliaio di lavoratori sottopagati sono morti, schiacciati dalle rovine del palazzo, The True Cost (2015) si propone di mostrare al mondo il lato oscuro e nascosto del “fast fashion”: una modalità di capitalismo sfrenato che porta alcuni dei marchi più noti della moda a realizzare profitti stellari sfruttando un capitale umano e ambientale che potrebbe risultare tragico.

    Vi è una presenza, evidente all’inizio ma che, con il passare dei minuti, sembra mimetizzarsi: è quella del regista Andrew Morgan. Egli ammette immediatamente che il suo livello di preparazione all’inizio dell’inchiesta fosse basso, basato su alcune convinzioni che nel corso del tempo sono cambiate drammaticamente. Questa scelta, come altre all’interno del film, ha uno scopo ben preciso, cercare di dialogare con un’ampia quantità di spettatori che, proprio per la sua numerosità, risulterà avere una scarsa preparazione in materia.

    Ecco che la scelta di “abbassarsi” al livello dello spettatore medio porta i suoi frutti. Esso si sente in qualche maniera legittimato a scoprire così tanto dell’industria del “fast fashion”, in così poco tempo e con così pochi sforzi. Questo però soltanto perché l’inchiesta del regista, coadiuvato dai suoi produttori, tocca soltanto la punta dell’iceberg di un problema ormai così radicato nell’economia globale da essere praticamente inestirpabile.

    Non gli si può certo imputare di non aver mostrato tutte le ramificazioni dell’industria osservata. Vari settori hanno dovuto adattarsi alla crescita vertiginosa della domanda di capi d’abbigliamento, ad un costo relativamente basso: le fabbriche nei paesi in via di sviluppo (Bangladesh, India, Cambogia e Cina) costringono la manodopera a lavorare per salari bassissimi e in condizioni pericolose; lo sfruttamento intensivo delle piantagioni di cotone costringe i contadini ad utilizzare semi geneticamente modificati, la quale hanno bisogno di essere trattati con diversi pesticidi che stanno rovinando irrimediabilmente il terreno.

    Come se non bastasse, l’immensa quantità di vestiti prodotti porta l’industria dell’abbigliamento ad essere la seconda più inquinante al mondo e a rovinare l’economia interna di alcuni paesi (come Tahiti) che, ritrovandosi tonnellate di vestiti donati dai paesi occidentali, non si sviluppano una propria economia interna ma rimangono relegati nella parte più bassa della catena produttiva.

    Andrew Morgan non risparmia neanche il settore pubblicitario, reo di aver convinto la società occidentale di avere bisogno di beni del tutto secondari o, in alternativa, che essi possano alleviare le difficoltà di vivere in una società dove i beni primari mantengono invece un costo elevato.

    Il pregio di riuscire a impressionare e coinvolgere è però, contemporaneamente, il suo difetto. Concluso il film, lo spettatore si sente abbandonato. La sua rinnovata volontà di avere un impatto sul mondo in cui vive, nel cambiare la tragica situazione, si scontra con le parole di altri intervistati che, implicitamente, sostengono che il sistema non può essere modificato in maniera sostanziale da noi consumatori ma che deve essere regolamentato dalla classe politica o da alcuni imprenditori particolarmente attenti alle condizioni dei lavoratori e del pianeta.

    A cura di Enrico Nicolosi

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